La materia più semplice, quella che si può toccare, modellare, rompere e ricomporre, diventa il linguaggio di una mostra che sceglie di parlare piano ma di lasciare un segno profondo. Al Padiglione Italia della 61. Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia, il progetto Con te con tutto di Chiara Camoni, curato da Cecilia Canziani, costruisce un racconto visivo che mette insieme sacro, natura, presenza umana e memoria collettiva.
Figure fragili che sembrano arrivare da lontano
All’ingresso della mostra si incontrano circa venti sculture che non hanno nulla di monumentale, eppure riescono a imporsi con forza. Sono forme nate dall’argilla, da frammenti di terracotta, da materiali raccolti e riassemblati con attenzione. Fiori, conchiglie, pietre, elementi di recupero e piccoli oggetti quotidiani si uniscono a volti appena definiti, creando presenze che ricordano antiche divinità domestiche, esseri sospesi tra il rito e la materia.
Un antico che non resta nel passato
Il primo effetto è quello di un tempo stratificato. Queste figure sembrano provenire da una civiltà lontana, ma non hanno l’aria di reperti chiusi nella nostalgia. Al contrario, suggeriscono che l’antico possa ancora offrire una chiave per leggere il presente. Nella loro semplicità evocano una bellezza non decorativa, ma legata alla cura del gesto, al rapporto con il paesaggio, alla capacità umana di riconoscersi parte di un equilibrio più grande.
La prima sala e il silenzio delle presenze
La semi oscurità del salone iniziale rafforza il carattere raccolto dell’installazione. I corpi appaiono abbozzati, quasi incompleti, ma proprio questa apparente imperfezione li rende intensi. Non parlano con le parole, eppure suggeriscono un’interiorità precisa. Sono immagini che restano tra il totemico e l’umano, tra il simbolo e la persona. La sensazione è quella di trovarsi davanti a opere che chiedono di essere osservate senza fretta, come se custodissero una forma di conoscenza antica ma ancora attiva.
Dal raccoglimento all’azione
Nella seconda sala il ritmo cambia. Se il primo ambiente invita alla contemplazione, il secondo apre alla dimensione del fare. Lo spazio è disseminato di richiami che rendono l’arte un gesto condiviso, non soltanto un’esperienza da guardare. Il visitatore viene coinvolto direttamente attraverso un tornio, chiamato a misurarsi con l’argilla e con un’azione elementare, quasi primordiale. Modellare una ciotola o un vaso significa ripetere un movimento antico, uno di quei gesti che attraversano i secoli senza perdere significato.
Il contrasto tra il silenzio e il suono
A spezzare l’atmosfera sospesa interviene una musica forte, insistente, quasi spiazzante. Il suono di impronta tecno interrompe il silenzio dominante e introduce una tensione inattesa. Questo contrasto non sembra casuale. Da una parte ci sono la calma della materia, la lentezza della modellazione, il richiamo a un sapere arcaico. Dall’altra emerge una vibrazione contemporanea, quasi urbana, che riporta tutto dentro il presente. La mostra sembra così suggerire che il dialogo tra passato e oggi non è mai pacificato del tutto, ma vive anche di scarti, frizioni e interferenze.
Umano, animale e sacro nella stessa visione
L’installazione ideata da Chiara Camoni tiene insieme più livelli di lettura. Le opere rimandano all’essere umano, ma anche al mondo animale e a una dimensione sacrale che non ha bisogno di dichiararsi apertamente. Nulla appare separato in modo netto. Le forme si richiamano a vicenda e costruiscono un universo in cui il vivente, il simbolico e il materiale convivono. In questo senso il progetto non propone soltanto una serie di sculture, ma un ambiente mentale ed emotivo capace di interrogare chi guarda.
Il paesaggio come responsabilità comune
Uno dei nuclei più forti della mostra riguarda il paesaggio e le sue trasformazioni. Non si tratta di uno sfondo neutro, ma di un protagonista vero e proprio. Il rapporto tra umanità e natura emerge come questione centrale, non in modo didascalico ma attraverso la forza delle immagini e della materia. Da un lato si avverte la fragilità dell’ambiente, dall’altro la possibilità concreta di prendersene cura. La riflessione coinvolge tutto ciò che esiste, non solo ciò che viene definito vivente, e apre a una visione ampia della responsabilità collettiva.
Una mostra che invita a fermarsi
Tra gli elementi più significativi c’è anche la presenza di un divano collocato davanti a una grande apertura sul giardino della Biennale. È una scelta semplice, ma molto eloquente. Sedersi, guardare fuori, osservare la trasformazione continua della luce, delle piante, dello spazio, significa entrare nella logica stessa dell’opera. L’arte non resta confinata all’oggetto esposto, ma si prolunga nell’esperienza diretta del visitatore e nel contatto con ciò che cambia senza sosta.
La forza di antichizzare il presente
Nel progetto emerge con chiarezza anche il dialogo con forme e suggestioni del mondo etrusco, richiamato come matrice culturale e visiva. Questa tensione verso l’antico non assume però il tono della citazione erudita. Piuttosto, trasforma il presente in qualcosa di più stratificato e leggibile. È qui che la mostra trova una delle sue qualità più originali, nella capacità di far convivere memoria e contemporaneità, spiritualità e concretezza, materia povera e pensiero complesso. Il risultato è un percorso che non alza la voce, ma riesce comunque a restare nella mente.
08 Maggio 2026
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